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Dalla via mulattiera – il romanzo di Licia Fierro

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Una ragazza che parte dal suo paese per andare a studiare in città, non sapendo ma di sicuro presagendolo, desiderandolo che da quel viaggio tornerà se tornerà cambiata, adulta. Sullo sfondo, ma in realtà dentro di lei, l’Italia della gente perbene e del perbenismo, delle fedi autentiche e delle fedi utili, degli idealisti e degli arrivisti, del passato che non passa e della rivoluzione di cui tutti si riempiono la bocca senza accorgersi che si sta già compiendo sui loro corpi e nelle menti altrui (o viceversa): l’Italia in ebollizione degli anni Sessanta, alla fine dei quali tutti i nodi verranno al pettine (senza essere necessariamente sciolti).

Un romanzo di formazione, dunque, e al contempo un romanzo generazionale: è questo il genere a cui nessun lettore faticherebbe ad ascrivere Dalla via mulattiera di Licia Fierro (Roma, TerreSommerse, 2014). Ma non è tanto dall’appartenenza a un genere fin troppo frequentato, nella sua duplice dimensione, in riferimento a quella fase storica, né dalla vicenda narrata, tutto sommato ordinaria, che questo libro deriva la sua ragion d’essere. A dare sostanza e valore alla narrazione è la mirabile figura della protagonista, di cui si rende, peraltro in prima persona, la sensibilità insieme candida e severa, giovane e antica. La signorina De Lollis di cui non si menziona mai il nome di battesimo, oltre che per rimarcarne l’origine non plebea («sei nata in casa, come avviene per gli aristocratici»: p. 10), forse proprio per compensare l’intimità del narratore col personaggio è una puella senex che guarda il mondo con occhi limpidi ma già pronti a velarsi di saggezza.

Parte bambina dal Cilento (percorrendo la mulattiera, paradigma di una distanza più temporale che spaziale, dato che, per arrivare a quella che con ironia risentita viene chiamata supermulattiera, occorre «un’ora e un quarto per diciotto chilometri»: p. 6) e va a studiare a Napoli: prima dalle suore; poi, dopo il diploma, alla Federico II. Fra le due fasi non si avverte una rottura brusca: e questo è già un dato di rilievo perché dalla quiete artificiale dell’educazione confessionale si passa senza colpo ferire ai tumulti studenteschi della facoltà di Lettere e filosofia. Può darsi che il filtro di una memoria legittimamente autobiografica intervenga qui a sfumare e ad addolcire il passato, ma in questa evoluzione morbida possiamo leggere anche quella volontà di tenere insieme gli opposti, senza spingerli fino alla deflagrazione violenta, che caratterizza la natura complessa della protagonista. Non che i cambiamenti nel personaggio non si producano, ma sono espressi perlopiù in sordina. In un’epoca di contestazione di tutte le autorità, la signorina De Lollis, pur distinguendo fra le une e le altre, tratterà sempre le suore spagnole con affettuoso rispetto: le «buone madri», anzi, sembrano quasi invidiate perché conoscono e non discutono il loro posto nel mondo, «come le formiche nelle loro comunità ordinate da gerarchie sottintese» (p. 101). Eppure la signorina De Lollis è tutt’altro che acquiescente nei confronti del loro sistema di indottrinamento: si fa troppe domande («Ma Gesù ci aspetta sempre alla stessa ora?», chiede ad esempio al confessore, contestando la preghiera a orari prestabiliti: p. 14), viene punita perché organizza scherzi alla suora più temibile e inizia a essere affetta da un senso di persecuzione che è il minimo che possa accadere a uno spirito pensante in un regime di segregazione: «Mi controllano tutti: le monache, i preti, le compagne più grandi, o almeno si illudono di controllare» (p. 15). Ma la sua reazione non sfocia in un’aperta ribellione, optando piuttosto per la salvaguardia del proprio spazio interiore: sceglie insomma la stessa via della ribellione privata che dal Concilio di Trento in poi ha accompagnato le vite di tutti i nicodemisti e i dissimulatori onesti della nostra storia. E per farlo si aggrappa all’arma di autodifesa più efficace che sia mai esistita, i libri: «Bisogna imparare a nascondersi. Già in quell’anno ho cominciato a prendere un libro in più dalla biblioteca senza dirlo a nessuno e lo tenevo ben celato sotto quelli di scuola. Era la mia salvezza, il mio segreto, la mia libertà» (p. 17).

Con la corazza delle sue letture la signorina De Lollis affronta anche il periodo universitario. Si può dire, anzi, che tutto venga osservato sub specie auctorum: alla società, alla politica, all’amicizia, all’amore la protagonista non può andare incontro indifesa ed è per questo che sente il bisogno di decodificare (o imbrigliare) la realtà con le categorie dei suoi filosofi. Se ad esempio le istanze del “movimento” impongono una scelta di campo, la De Lollis chiama in soccorso la filosofia antica: «Di questi tempi non si può restare senza opinione, sospendere il giudizio secondo la saggezza scettica» (p. 146). Analogamente, allo stesso bagaglio conoscitivo attinge per riflettere con un distacco un po’ frigido specie mentre tutt’intorno si sperimentava a tutto spiano (così dicono) sui rapporti sentimentali: «I legami si nutrono perfino della consuetudine. L’esistenza potrebbe trascorrere con una persona in maniera quieta tenendosi per mano complici e rispettosi l’uno dell’altro. Tanto il sesso ha un tempo limitato di espansione e le grandi passioni non c’è nulla che possa risuscitarle quando se ne è esaurita la carica. La vita “più uguale”, senza scosse o patimenti come predicava il saggio Pirrone che ne aveva indicato la ricetta a pochi in grado di costruirne i presupposti: ecco un buon esercizio» (pp. 298-99). Le discettazioni della protagonista si infiltrano anche nelle parti dialogiche: se un amico la provoca con un epiteto omerico («Così li tratti gli amici, dove scappi… sono trafelato, hai un passo da piè veloce Achille…»), lei parte subito in quarta con i presocratici («Sì, sì, il piè veloce Achille non raggiungerà la tarda tartaruga… il movimento esiste solo in apparenza…»); finché l’altro non comprende la mala parata e la blocca («Basta con la filosofia…»: p. 139). Guai invece a darle troppo spago; se ancora in fatto di sentimenti la De Lollis chiama in causa Pascal («Certo la festa è proprio come l’avevo immaginata e nessuno parla di politica. C’è una parte della vita in cui i sentimenti, le emozioni l’hanno vinta. E allora sembra confermato l’assunto pascaliano che tutto il nostro ragionare si riduce a cedere al sentimento»), l’incauto Elmo ha un moto di entusiasmo («Oh come sono d’accordo coi tuoi filosofi! Io aspiro alla felicità con te e…»), subito raggelato dal nichilismo dell’interlocutrice («È vero che tutti cerchiamo la felicità, ma non troviamo in noi che incertezza. Te la puoi prendere con Pascal perché questa è la mia attuale condizione. Mai elogiare così al buio la filosofia»: p. 310). Altrove però, contraddittoriamente, la ragazza aveva detto di sé: «In realtà mi piace la sfida. L’avevano capito i romantici: streben, sforzo, tensione verso l’infinito» (p. 232).

Ma la signorina De Lollis studia anche la storia e non manca di darcene qua e là dei saggi. Uno per tutti, nel resoconto di una gita a Roma: «Da Porta Pia il tragitto è breve. C’è un sole primaverile che rende lucido il cappello del prode bersagliere, messo lì a rappresentare l’epopea del Risorgimento e la continuità del Fascismo con la grande Rivoluzione liberale. Mi infastidisce leggere le date delle battaglie africano-coloniali in perfetta simmetria con quelle di Goito, Curtatone e Montanara! La retorica del “Fascio” non ha eguali e l’auto-celebrazione se ne fotte della verità storica. Ne fanno le spese perfino i bravi bersaglieri che arrivarono qui quando i francesi avevano già lasciato il papa-re alla mercede di tutti gli anticristi liberali» (p. 167).

In tutto questo armamentario nozionale, come anche nelle allusioni letterarie un po’ scolastiche («Mi ritrovai rassegnata alla sua mercé facendo esperienza diretta di una delle più belle satire di Orazio»: a proposito di uno scocciatore, a p. 144), avvertiamo a volte un eccesso di didascalismo, che per un verso si giustifica con la volontà di rendere il fervore intellettuale della protagonista e della temperie da lei vissuta ma che per l’altro rischia di gravare la narrazione di sovrastrutture libresche. Questa impressione, tuttavia, è controbilanciata dai molti e davvero autentici momenti di rivelazione. Ad esempio, il dispiacere di assistere a relazioni fra i suoi amici che si sfaldano nei tradimenti induce la protagonista ad assumere un atteggiamento di umana comprensione, che si rivela in lei come un segno di improvvisa maturità: «Finalmente una malinconia leggera si sostituì nell’anima al doloroso disinganno e guardai con occhio adulto la maestà del presente» (p. 147). In passaggi come questo la scrittura si affina nella misura più tersa possibile e dona al lettore il meglio di sé. Più avanti, nella stessa pagina e con la stessa lucidità, la presa di coscienza individuale acquista respiro collettivo, cogliendo l’essenza forse più vera dell’illusione generazionale del Sessantotto: «Forse che riuscirà l’impegno politico a farci ritrovare quell’amore per l’umanità al cui confronto i piccoli amori, i tradimenti, le carriere, si manifestano come episodi, capricci, idee balorde o sublimi concepite per un tempo limitato e comunque preso a prestito?».

Felice è anche, perché carico di partecipazione, il modo con cui la protagonista guarda a tutti i personaggi che le sfilano intorno. I loro profili emergono con un’immediatezza a tal punto scevra di ogni natura postuma da farci dimenticare che agiscono pur sempre sul proscenio di un romanzo della memoria; ciò nonostante, ci sono passaggi in cui tale dimensione si rivela apertamente: «Una nostalgia sottile mi prese di ciò che era stato e scrutai quei visi giovani per fissarli bene nella mente. Anche adesso se chiudo gli occhi li vedo com’erano» (pp. 311-12). E più che alle figure maschili, pure tratteggiate con nitore (Elmo, l’innamorato a cui lei rifila un no dietro l’altro; Teo, con cui intesse conversazioni profonde; Fabrizio, l’amico aristocratico per nulla snob; Tommaso, destinato a fare il politico di carriera; Gennaro, il ciabattino analfabeta, esempio di saggezza operaia), è su quelle femminili, sulle loro scelte di vita, che si concentra maggiormente il suo sguardo complice. Sara, Chiara, Maida sono donne che cercano la felicità, ognuna a suo modo, e per questo, una volta fuori dalle «sacre mura» del collegio, sono immerse nel tumultuoso fluire della vita. La De Lollis le osserva, perché le loro esistenze sono intrecciate alla sua, si rallegra o soffre per le loro vicissitudini sentimentali, ma non ne segue l’esempio. Per lei, «pur ansiosa di commettere peccato», a cui forse «è mancata» solo «l’occasione» (p. 224), la vita, cioè l’amore, può attendere: «Ero qui per studiare, per innamorarmi non di una persona, per innamorarmi della vita prima di condividerla con una persona. Per questo non c’era bisogno di affrettare i tempi» (p. 314). Loro la libertà la vivono senza por tempo in mezzo pagando per essa anche un conto salato; lei sulla libertà ci riflette (con Kant, Hegel, Marx, Marcuse, ecc.), indugia e rimanda tutto a un futuro indefinito ma, nei suoi pensieri, indiscutibilmente certo. E di tale diversità può capitare che le altre amaramente si accorgano e che le ricambino, sconsolate, lo sguardo: «Sara mi guardò per il resto del tempo: non aspettava risposte, mi fissava come un naufrago che da lontano scorge una grandissima nave passeggeri che gli passerà intorno senza vederlo» (p. 195).

Quella che combattono queste donne è una lotta nella lotta. La lotta per l’emancipazione femminile è parte essenziale della lotta per il cambiamento sociale, e se la seconda si rivelerà alla fine «una rivoluzione a metà» va da sé che anche la prima non potrà che essere incompiuta. Queste donne non sono ribelli perché sono giovani come vorrebbe il più conservatore degli stereotipi ma sono giovani proprio perché sono ribelli. In altre parole è dalla loro condizione di non accettazione del presente che derivano la loro piena condizione di giovani, e soprattutto di donne. Alla fine stamperanno orme da giganti nel cammino verso la modernità, verso un ruolo più consapevole nella società, ma continueranno a essere frenate da antiche remore, da nodi non ancora sciolti. Sono quelle contraddizioni che la signorina De Lollis invita sé stessa ad accettare, nel rifiuto del senno di poi («Presto diranno che gli studenti figli della borghesia hanno consumato le risorse dei padri e non sanno costruire il futuro. Presto si alzeranno i ciceroni nell’invettiva contro i velleitari e gli opportunisti»: p. 315), ma anche nella consapevolezza che la storia si muove lentamente, «un passo alla volta». L’epilogo almeno in parte deludente di una grande stagione di lotte lo si potrà anche presentire o temere, ma «nessuno ha la sfera di cristallo mentre vive il suo tempo» (pp. 315-16).

E del tempo che la signorina De Lollis si trova a vivere, delle sue confuse ma generose idealità, e insomma della sua complessità, questo romanzo risulta una testimonianza quantomai fedele.

Danilo Poggiogalli